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25 Gennaio 2012

gennaio 27, 2012

 

video degli scontri durante l’occupazione di piazza Tahrir a Novembre-Dicembre 2011

 

Breve riassunto video della rivoluzione egiziana

In questi giorni mi sto subendo una overdose di retorica nazionalista e pseudo-rivoluzionaria da parte dei mass-media egiziani. Ho guardato trasmissioni su trasmissioni e mi fa una certa specie vedere tutti gli avvoltoi che girano attorno alla rivoluzione egiziana, che vi danzano intorno per assalirla e ucciderla una volta per tutte. Come spesso accade con le rivoluzione, quelli che festeggiano e si riempiono la bocca di retorica ora sono gli stessi che se é andata bene durante l’insurrezione contro Mubarak sono stati a guardare o poco più, altrimenti addirittura erano con il regime ed oggi sono “rivoluzionari”  (come i partiti salafiti…..).  Invece quelli che la rivoluzione l’hanno inventata, l’hanno fatta, che hanno perso familiari, amici, o membra del loro corpo, spesso gli occhi, e che sono stati a Tahrir dal primo all’ultimo giorno fino a quando furono sgomberati con inaudita violenza dalla Polizia e dall’Esercito, sono ancora in piazza. L’Esercito che governa da sempre il paese e che avrebbe dovuto traghettare l’Egitto verso una piena democrazia é sempre più presente e sembra poco intenzionato a rinunciare al potere enorme di cui gode ormai dal 1952. L’Esercito, che fu incautamente proclamato a gran voce dai finti rivoluzionari e da tanti ingenui come “difensore della rivoluzione” non appena le proteste fecero cadere Mubarak, ha provato ad assicurarsi la pace sociale grazie al consenso portato dai Fratelli Musulmani in virtù del patto stretto sin dall’inizio tra queste due entità, avvenuto probabilmente sin nei giorni dopo la caduta di Mubarak. Il patto tra Fratelli Musulmani e militari é oggi evidente a tutti, ed in questo perfino gli Usa non hanno motivi di preoccupazione, poiché, nonostante gli slogan sulla giustizia sociale, i Fratelli Musulmani sostanzialmente sono dei neo-liberisti. I Fratelli Musulmani si sono sempre rivelati molto pragmatici, tanto che  ora non hanno alcuna obiezione a che l’Egitto, vicino al default, riceva un grosso finanziamento dal Fondo Monetario Internazionale. Il prestito perciò avverrà nei prossimi giorni, proprio dopo il che hanno dato il via libera anche i Fratelli Musulmani che ora hanno la “golden share” politica, e tantomeno essi paiono turbati da dubbi religiosi. Infatti poiché nell’islam sono severamente proibiti gli interessi, sarebbe stato legittimo aspettarsi il contrario, visto che oltretutto negli stessi paesi occidentali gli imam dell’area della Fratellanza proibiscono ai fedeli ogni rapporto con le banche, fino a dichiarare illeciti i mutui per la casa eccetto che nei casi di estrema necessità. Su questo sono sicuramente più intransigenti i salafiti, che infatti sono contrari perché convinti che sia “haram”, proibito da Dio e dalle sue leggi. (se questi sono i parametri per prendere decisioni politiche, povero Egitto n.d.a.)

Oggi, in questi giorni dell’anniversario, questo nefasto accordo é ormai chiaro a molti, e perfino sulle tv satellitari questa tesi é ormai parte del dibattito pubblico ed é stata denunciata come uno dei problemi principali. La rivoluzione rimarrà pura retorica finché questo asse non sarà smontato, i militari saranno tornati nelle loro caserme e i Fratelli Musulmani nelle loro moschee, a fare opere di carità con i soldi sauditi come hanno fatto per decenni, e i salafiti con loro.

Ciò che c’è da celebrare davvero in questo anniversario della rivolta che cacciò Mubarak é l’inizio di una rivoluzione, ma di una rivoluzione culturale e di attitudine verso il potere più che di una rivoluzione classica. Ciò che é cambiato davvero è la mentalità del popolo che dalla passività, dopo aver subito quasi i silenzio per decine d’anni, si é accorto di quali immensi poteri sia dotato se unito, che ha compreso che non ci sono sovrani inamovibili, e che il potere costituente della moltitudine é inarrestabile quando scocca la scintilla dell’insurrezione. E la rivoluzione continua, durante questo anno i rivoluzionari, che non hanno mai puntato sul Parlamento, consci di essere su un terreno nuovo e che gli unici ad avere un’organizzazione alle spalle erano gli islamisti, sia Fratelli Musulmani che salafiti. Anche la coalizione che voleva tentare di esprimere le istanze di Piazza Tahrir, “The Revolution Continues” non è stato che un primo seme, un primo tentativo- peraltro degnamente riuscito vista la decina di seggi comunque guadagnati- di dare una sponda istituzionale alle istanze democratiche, laiche, socialiste, di giustizia sociale, di tutela dei diritti individuali e collettivi espresse dalle piazze e dalle assemblee dei lavoratori. I rivoluzionari egiziani si sono invece concentrati sul lavoro per le strade e sui luoghi di lavoro, dai quartieri illegali e ultra-popolari, gli slum del Cairo, di Alessandria…ai grossi distretti industriali dove lavorano e spesso vivono decine di migliaia di lavoratori, come Mahalla,  Helwan, ecc,  consci di dover ricostruire soprattutto culturalmente un paese. L’islamismo per troppo é stata l’unica opzione ideologica a fronte del fallimento delle esperienze secolari e nazionaliste arabe maturate negli anni ’50, l’unico appiglio ideale per chi voleva contestare il sistema alle radici. Ora finalmente si ripresenta la possibilità per chi non ha mai abbandonato gli ideali di uguaglianza e fratellanza del socialismo, di vedere riproporre il tema del come costruire una società diversa, basata su una radicale redistribuzione della ricchezza in un paese dove un elite possiede tutto e la maggioranza, decine di milioni di persone lottano con la fame quotidianamente. Le lotte dei lavoratori per giustizia sociale e diritti sul lavoro si sono legati alle lotte degli studenti, dei giovani, dei disoccupati, dei precari che avevano animato Tahrir, ed un blocco sociale laico e socialista si sta formando, sempre più deciso nelle proprie rivendicazioni. I lavoratori ad esempio, seguendo l’esempio di una lotta che era stata decisiva nel 2008 quando di formò il primo sindacato indipendente dei lavoratori addetti alle tasse, dal 30 Gennaio 2011, nel pieno della rivolta contro Mubarak, hanno formato fino ad oggi oltre 300 sindacati indipendenti. Gli scioperi e le lotte operaie non sono mai cessate dalla caduta di Mubarak, con la richiesta del raddoppio del salario minimo, di nazionalizzazione di imprese statali che erano state privatizzate dalle politiche neo-liberiste di Mubarak, politiche che subirono un’accelerata in senso neo-liberista in particolare dal 1992, con gli “Economic Reform and Structural Adjustment Programs” del 1992 imposti dal FMI.  La battaglia per le nazionalizzazioni é sintomatica della maturità raggiunta dal movimento dei lavoratori, che di fronte allo sfruttamento delle multinazionali, hanno compreso che il ruolo dello Stato non può essere quello di mero spettatore, e che cercano di dare una  nuova dignità al “pubblico”.

Un elemento che in qualche modo può darci un’indicazione di quanto sia avanzato il movimento dei lavoratori in Egitto viene dal fatto che  centinaia di migliaia di operai e lavoratori, nel bel mezzo di una crisi apocalittica capitalista, stanno osando lottare per un mondo senza contratti occasionali,  e rivendicano l’imposizione di uno stipendio massimo per i manager, che chiedono non possa superare di 15 volte quello dei lavoratori.

E grazie al lavoro di formazioni politiche come i “Socialisti Rivoluzionari”, guidate dall’attivista, giornalista, blogger e intellettuale Hossam el Hamlawy – che da tempo teorizza e auspica l’unione fra i lavoratori e la massa di giovani che studiano o che sono disoccupati e che compongono quel sotto-proletariato urbano che fino a poco tempo fa non aveva altre alternative tra la droga e l’islam radicale e politico-  e grazie anche al lavoro dei militanti dei nuovi partiti rivoluzionari di sinistra che hanno composto la coalizione “The Revolution Continues”, di tantissimi giovani attivisti, entusiasti e consapevoli, di sindacalisti di base particolarmente coscienti dal punto di vista politico e diverse singolarità, il legame tra piazze e luoghi di lavoro si sta facendo sempre più organico.

Questa interazione tra queste due componenti, quella dei lavoratori e dei loro scioperi,coordinati con gli attivisti politici delle piazze e i loro sit-in, é stata essa stessa un’espressione del carattere della rivoluzione come una rivolta combinata contro il neo-liberismo e contro l’autoritarismo, impersonificato da Mubarak e i suoi compari. Ma nella fase dopo la rivolta, si sono aperte nuove possibilità  per la rivoluzione di crescere ulteriormente, da una lotta dentro il capitalismo per più democrazia e riforme sociali, ad una rivoluzione contro il neo-liberismo.

In questi giorni di celebrazione della rivoluzione iniziata il 25 Gennaio 2015, le piazze si riempiranno nuovamente e aldilà della retorica ufficiale, sin da ora si vedrà quanto le forze rivoluzionarie possono provare ad osare contro il nuovo asse di potere del Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA) e Fratelli Musulmani, per provare a rompere questo nuovo equilibrio e far saltare il banco, affinché la rivoluzione continui davvero……Nel momento in cui sto terminando questo articolo siamo al secondo giorno di occupazione della piazza, e venerdì ci sarà una attesissima manifestazione per confermare l’intenzione di non lasciare la piazza da parte delle forze rivoluzionarie e per misurare l’ampiezza dell’appoggio alle istanze dei rivoluzionari, che hanno concentrato le loro istanze sull’Esercito e sul suo vertice “politico”, il CSFA che dal giorno di Mubarak sta governando il paese. Obiettivo primo? Cacciare i militari dalla gestione del potere.

Gli operai e le categorie lavorative sono pronti ad entrare in sciopero a fianco dei rivoluzionari e la piazza lo sa.

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